AGEVOLAZIONI FISCALI: E’ ILLEGITTIMO “PRESUMERE” UN DEBITO D’IMPOSTA NON ANCORA ESISTENTE.

17.03.2014 17:03

“Deve ritenersi non consentito al contribuente compensare un credito di imposta già esistente con un debito ancora, invece, non venuto ad esistenza”, al solo fine di non “perdere” le agevolazioni fiscali in scadenza; pena la sanzione per omesso versamento di imposta.

 

“Per condiviso principio già espresso da questa Corte, "in tema di agevolazioni tributarie, ove i crediti di imposta per incremento occupazionale, previsti dalla L. 23 dicembre 2000, n. 388, art. 7, vengano utilizzati in compensazione di imposte dovute, in assenza dei relativi presupposti, si concretizza un'ipotesi di omesso versamento di imposta, suscettibile di sanzione, ai sensi del D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 471, art. 13" (Cass. 8681/2011); in particolare, inoltre, anche "il superamento del limite massimo dei crediti d'imposta compensabili equivale al mancato versamento di parte del tributo alle scadenze previste, che è sanzionato dal D.Lgs. n. 471 del 1997, art. 13, così come accade ogniqualvolta sia utilizzata la compensazione in assenza dei relativi presupposti" (Cass. 18369/2012)”.

È quanto di recente affermato e ribadito dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 4163 del 21 febbraio 2014.

La vicenda, invero, vedeva coinvolta una società a responsabilità limitata, la quale, proposto ricorso dinanzi alla CTP di Bari denunciava l’infondatezza dell'avviso con il quale l'Agenzia delle Entrate aveva provveduto al parziale recupero del credito d'imposta ex art. 8, L. n. 388 del 2000, in quanto ritenuto indebitamente utilizzato nell'anno di imposta 2005 mediante compensazione con un acconto IRAP relativo allo stesso anno, irrogando anche le relative sanzioni”.

Ebbene, già accolto il ricorso dinanzi all’audita Commissione tributaria provinciale, la questione giungeva così davanti alla CTR Puglia su ricorso dell'Ufficio esattore e, “limitatamente all'eccepita illegittimità dell'utilizzo del credito d'imposta”.

Al riguardo interveniva la suddetta Commissione tributaria rilevando come fosse corretto ritenere “ammissibile la compensazione di un credito solo nel caso di sussistenza in concreto di un debito risultante dalla dichiarazione relativa al periodo di imposta precedente; nel caso di specie, invece, la società, al fine di non rinunciare ai benefici fiscali ad essa spettanti sino al 31-12-2005, aveva irregolarmente effettuato un versamento d'acconto IRAP utilizzando il credito di imposta L. n. 388 del 2000, ex art. 8, pur non essendovi a monte alcun debito nè per IRAP nè per altra imposta. La stessa CTR, tuttavia, soggiungeva che la sanzione di cui al D.Lgs. n. 471 del 1997, art. 13, era prevista solo in caso di omesso versamento di imposta, sicchè la stessa non poteva essere applicata nel caso di specie, in cui non vi era alcun "debito tributario" e conseguentemente nessun omesso versamento”.

Proponeva, pertanto, ricorso dinanzi alla Suprema Corte di Cassazione, la società ricorrente ivi denunciando la violazione e falsa applicazione del combinato disposto della L. n. 388 del 2000, art. 8, comma 5 e della L. n. 241 del 1997, art. 17, comma 2. “Non essendo prevista – diceva - nelle dette norme alcuna limitazione, il contribuente poteva utilizzare la compensazione con riferimento sia ai debiti già in corso sia ai debiti a venire; al riguardo, va precisato che nella specie, il credito d'imposta era stato compensato con una somma versata a titolo di acconto, e pertanto, se, da un lato, era vero che l'obbligo sorgeva allorquando fosse stata evidenziata un'imposta nella dichiarazione precedente (c.d. metodo storico), dall'altro lato, era altrettanto vero che l'acconto poteva essere calcolato e versato secondo il c.d. metodo presuntivo, e cioè sulla base di quanto il contribuente presumeva di dovere versare per l'anno in corso (L. n. 97 del 1977, artt. 1 e 2); il debito in questione non era quindi "inesistente", ma solo "presunto", e la CTR aveva arbitrariamente trasformato il dato normativo testuale "debiti" di cui al D.Lgs. n. 241 del 1997, art. 17, comma 2, in quello più restrittivo di "debiti risultanti dalla dichiarazione relativa al periodo di imposta precedente"; poneva, quindi, alla Corte il seguente quesito: "se, ai sensi del D.Lgs. n. 241 del 1997, art. 17, comma 2, in relazione alla L. n. 388 del 2000, art. 8, comma 5, sia consentita al contribuente la compensazione di un credito già esistente con un debito non ancora venuto ad esistenza".

Il ricorso è infondato.

«Come riconosciuto dalla stessa società ricorrente, -afferma la Corte - e come chiaramente disposto dalla L. n. 97 del 1977, art. 1, l'obbligo di versare una somma a titolo di acconto di imposta sorge allorquando sia stata evidenziata un'imposta nella dichiarazione precedente; siffatto obbligo non può, di converso, sussistere sol perchè il contribuente, pur non essendo stata evidenziata nella dichiarazione precedente detta imposta, "presuma" di doverla corrispondere per l'anno in corso; argomentando in tal senso, invero, si verrebbe, in contrasto con i principi generali ed in modo non espressamente previsto da alcuna disposizione, a determinare l'insorgenza di un vero e proprio obbligo giuridico da una valutazione meramente soggettiva dello stesso contribuente; di conseguenza, non essendovi coesistenza (art. 1242 c.c.), deve ritenersi non consentito al contribuente compensare un credito di imposta già esistente con un debito ancora invece non venuto ad esistenza”.

Orbene, “la sentenza impugnata, nel ritenere che nella specie non vi fosse alcun "debito tributario" e conseguentemente nessun omesso versamento, e che quindi non fossero dovute le sanzioni in questione, non ha fatto corretto uso di tali principi, e va pertanto cassata”.

Dott.ssa Sabrina CAPORALE

sabrinacaporale87@gmail.com

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